Articles by: Monica Straniero

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    Rifkin's Festival

    Mort Rifkin (Wallace Shawn), si immerge in scenari cinematografici della vecchia scuola mentre sogna. È un professore di cinema degli anni '70 di Manhattan che accompagna Sue (Gina Gershon), sua moglie, ufficio stampa del cinema, al festival di San Sebastien. Il loro viaggio al Festival del cinema di San Sebastian, in Spagna, è turbato dal sospetto che il rapporto di Sue con il giovane regista suo cliente, Philippe (Louis Garrel), oltrepassi la sfera professionale.

    Rifkin non ha intenzione di guardare alcun film durante il suo soggiorno nella città spagnola. E ‘un vecchio disincantato che afferma che i film al giorno d'oggi non sono abbastanza rischiosi o sinceri che ne fanno meritare la visione. Il suo matrimonio è in crisi ma invece di tentare di recuperare il rapporto con la moglie, sceglie di distrarsi con una bellissima dottoressa sulla trentina di nome Jo (Elena Anaya). Si innamora follemente di lei, che intanto è impegnata in un matrimonio orribile con un artista più anziano e emotivamente instabile, Paco (Sergi López).

    La fase post-MeToo della carriera di Allen non è stata particolarmente fortunata per il regista americano, inserito nella lista nera dell’industria cinematografica degli Stati Uniti. La buona notizia è che Allen continua a fare film di qualità. Le sequenze da sogno sono infatti il momento clou del film in quanto consentono ad Allen di rendere un amichevole omaggio ai suoi registi preferiti.

    Un enorme contributo al successo del film dipende dall'ottima interpretazione di Wallace Shawn, amico di lunga data al quale Allen non può imporre tic o movimenti simili ai suoi, e dalla splendida fotografia di Storaro, capace di delineare solitudine e pretenziosità in colori pastello, la pedanteria e la profonda umanità del protagonista. Gina Gershon, con la sua travolgente sensualità, acuisce l'asimmetria con l'assenza di fascino di suo marito, e ringraziando il cielo Elena Anaya è sfuggita agli stupidi tratti da gallina che Allen ha recentemente associato al fascino femminile. Tuttavia, il rapporto tra l’affascinante cardiologa e Rifkin sembra più forzato che naturale, ma potrebbe anche funzionare come tributo alla filmografia di Allen, in particolare ad uno dei suoi ultimi successi come Vicky Cristina Barcelona.

    Rifkin’s Festival è comunque un'opera minore, un candido omaggio alle sue passioni cinefile di ottuagenario che si percepisce (ed è diventato, per molti versi) un emarginato.

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    La notte degli Oscar premia Nomadland

    l film di Chloe Zhao - già vincitore del Leone d'Oro alla 77esima edizione del Festival di Venezia - ha conquistato tre Oscar e ha fatto la storia della 93/a edizione: miglior film, miglior regia (la seconda in assoluto ad una donna dalla storia del premio, la prima ad una asiatica) e migliore attrice protagonista, Frances McDormand 
     
    Nomadland  è capace di rendere una realtà cupa in modo così avvincente da ripristinare la fede nell'umanità. IL personaggio centrale di “Nomadland” è Fern, una splendida Frances McDormand, una donna vittima del crollo economico di una città aziendale nel Nevada rurale, che dopo la morte del marito decide di far diventare casa il suo van e, carica i bagagli, si mette sulla strada. Come miglia di americani diseredati, anche Fern decide di vivere una vita itinerante in cerca di lavori stagionale e affitto a prezzi accessibili. Sono i workampers, manodopera usa-e-getta, perché, "l'ultimo posto libero in America è un parcheggio".

    Dopo una vita di solidità e ascensori sociali, la pensione si prospetta per milioni di americani come il tempo della precarietà e dell’insicurezza. E' ironico che la generazione dei baby boomers sia ora vittima delle volatilità del mercato e dell’erosione delle protezioni sociali che sono state il marchio della loro epoca d’oro. E non si tratta soltanto di condizioni economiche.

    Nomadland aiuterà milioni di persone nel mondo a capire che l'America è un paese falsamente prospero. I workampers selezionano le barbabietole da zucchero, raccolgono fragole, gestiscono campeggi o scaffali di scorta nei magazzini di Amazon. (Jeff Bezos, l'amministratore delegato di Amazon, possiede il Washington Post.) È un lavoro massacrante, mal pagato e senza benefici. Il programma CamperForce di Amazon, ad esempio, assume legioni di lavoratori stagionali - la maggior parte dei quali vive nei loro veicoli - prima del Natale e licenzia quando le vacanze finiscono.

    I personaggi di Nomadland sono uomini e donne orgogliosi. Molti sulla sessantina e oltre, dovrebbero entrare nella sesta età dell'uomo di Shakespeare, "con i pantaloni magri e con le ciabatte, con gli occhiali sul naso e il marsupio sistamato sul fianco". Invece sono senza casa, senza soldi, senza sicurezza, senza tutto, tranne la loro dignità e la fiducia in se stessi.

    C’è una parte di Fern che, in fondo, vorrebbe una vita non costretta dalla costante ricerca di un nuovo posto di lavoro, a cambiare campeggio dopo campeggio, sola. Eppure, dall’altra parte, Fern non può smettere di viaggiare e incrocare altri nomadi della strada che condividono con lei i propri racconti. La vita da nomade dei tempi moderni è difficile da comprendere perchè il desiderio di libertà, di una vita senza vincoli e radici, può diventare anche una condanna. 

    Un film pieno di solitudine che viene scandita dagli stupendi paesaggi della costa occidentale, dai tramonti nel deserto e dalle le lunghe highways americane. Fern intraprende un percorso di autodeterminazione alla ricerca del senso più profondo della vita e al di fuori della società convenzionale. Una vita minimalista, essenziale, fatta di pochi oggetti. 

    Nomadland è il tentativo straordinario di "trascendere - il logoro ordine sociale" da parte di persone che ne sono state deluse, ricostruendo il proprio "mondo parallelo su ruote". Li possiamo definire perdenti?

     
     
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    Zero, la prima serie italiana sui giovani neri italiani

    “Essere invisibili è il vero potere” è una delle citazioni che spicca nel trailer della nuova serie originale italiana “Zero”, in anteprima su Netflix da mercoledì 21 aprile in 190 paesi. A pronunciarla è un ragazzo italiano nero, Omar, interpretato da Giuseppe Dave Seke, un 20enne italiano nato da genitori senegalesi. Zero disegna fumetti manga che hanno come protagonisti ragazzi neri. Vive al Barrio, un quartiere immaginario alla periferia di Milano ma sogna di lasciare il suo quartiere per trasferirsi a Bruxelles. Omar vive un senso di distacco e il non sentirsi parte del proprio paese la fa sentire come se volesse “strisciare fuori dalla propria pelle” e “diventare invisibile”. Almeno fino a quando non scopre di avere davvero il superpotere dell’invisibilità. Insieme al suo gruppo di amici cercherà di salvare il quartiere a cui nonostante tutto sente di appartenere.

    Ideato da Menotti assieme a Antonio Dikele Distefano, l’autore di Non ho mai avuto la mia età (Mondadori), il libro a cui si ispira la serie,  Zero” non è una serie afroitaliana ma storia di supereroi che racconta la storia di ragazzi di colori e credo diversi, figli di migranti, cosiddette seconde generazioni (termine quanto mai inappropriato ) che il paese non vede e che  considera ancora strani. Una questione di legge, ma soprattutto di cultura. “A  me non piace parlare di eccezionalità, bensì di normalità”, precisa Distefano. “La serie di rivolge a un pubbico ampio, a prescindere dal colore. Quando il colore della pelle non sarà più al centro del dibattito, allora finalmente quella sarà la normalità”.

    Tra i registi degli otto episodi, Margherita Ferri, Ivan Silvestrini, Paola Randi e l’egiziano Mohamed Hossameldin, il film rappresenta un tentativo virtuoso per cercare una rappresentazione dell’Italia più plurale e inclusiva, anche al cinema dove gli attori neri sono incasellati in stereotipi e i registi sembrano ignorare la realtà contemporanea dell’Italia. Zero può esssere l’inizio di un cambiamento di una società che fa ancora fatica a riconoscere una definizione di italianità non basata unicamente sulla discendenza e quindi, in qualche modo, sulla bianchezza. Sono migliaia nel nostro Paese, ragazzi e ragazze come tutti gli altri. Parlano italiano, magari anche un dialetto, sono nati e cresciuti qui, dove hanno frequentato le scuole dell’obbligo. Fanno parte del tessuto sociale delle proprie comunità e sono uguali a tutti i loro coetanei, ma i loro genitori non sono italiani e per questo sono senza cittadinanza. Stranieri in casa propria.

    ”Penso che Zero sia una grande opportunità per tutte le nuove generazioni”, dice Giuseppe Dave Seke, “In Zero raccontiamo una storia, ma può far sfondare una porta per raccontare altre storie come quelle, che oggi in Italia non vengono mai raccontate”.
    Un’identità multiforme quella di Zero che si esprime anche nella colonna sonora. Il compositore delle musiche, ideate appositamente per Zero, è Yakamoto Kotzuga. Tra i brani principali presenti nella colonna sonora, l’inedito di Mahmood, dal titolo Zero e prodotto da Dardust. Mentre nel primo episodio, è presente il brano di Marracash dal titolo “64 barre di Paura”.

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    Nudes. Le insidie dietro i social media

    Nudes – adattamento italiano dell’omonimo teen drama norvegese – è una serie antologica che racconta quel momento preciso in cui si cambia nell’intimo, da un giorno all’altro e per sempre. E di quanto sia pericoloso oltrepassarla nel modo sbagliato.  

    C’è qualcosa che accomuna gli adolescenti di ogni epoca e luogo: la linea d’ombra, quel momento preciso in cui si cambia nell’intimo, da un giorno all’altro e per sempre. Nudes è una serie antologica che racconta di questa linea d’ombra e di quanto sia pericoloso oltrepassarla nel modo sbagliato.

    La serie raccoglie le storie di tre teenager che si ritrovano a fare i conti con la divulgazione online delle proprie immagini private, svelando le insidie dei social media. C’è chi pubblica e chi viene pubblicato, vittime e carnefici. Vittorio, Sofia e Ada sono tre facce diverse della stessa medaglia. Tre esistenze travolte dalla nudità finita online, unite da uno stesso dramma che si snoda tra le strade rassicuranti della provincia bolognese.

    Nudes affronta per la prima volta il tema del revenge porn attraverso il punto di vista dei giovani protagonisti con sguardo realistico e moderno, con l’obiettivo di narrare le conseguenze - spesso devastanti - di un gesto fatto con superficialità e senza consapevolezza, come può accadere in un’età acerba come l’adolescenza.

    Prodotta da Riccardo Russo per Bim Produzione in collaborazione Rai Fiction, la serie in dieci puntate, in diretta streaming su RaiPlay dal 20 aprile, è diretta da Laura Luchetti, regista di Fiore Gemello che raccoglie le storie di tre teenager che si ritrovano a fare i conti con la divulgazione online di loro immagini private, svelando le insidie dei social media. C’è chi pubblica e chi viene pubblicato, vittime e carnefici. Vittorio, Sofia e Ada sono tre facce diverse della stessa medaglia.

    Tre esistenze travolte dalla nudità finita online, La serie, “è piena di passioni, di quella purezza di fondo e perdita dell’innocenza», sottolinea Luchetti, ed affronta per la prima volta il tema del revenge porn attraverso il punto di vista dei giovani protagonisti con sguardo realistico e moderno, con l’obiettivo di narrare le conseguenze – spesso devastanti – di un gesto fatto con superficialità e senza consapevolezza, come può accadere in un’età acerba come l’adolescenza.

    Vittorio (Nicolas Maupas) è bello, carismatico, con genitori in vista, vincente. Destinato naturalmente a essere un leader. E la vittoria di un bando indetto tra le scuole della città per la riqualificazione di uno spazio abbandonato, sembra confermarlo. La polizia lo interroga in merito ad un video che gira in rete, la ragazza che appare nelle immagini è minorenne, ci sono conseguenze legali. Il suo nome è Sofia di anni 16, una ragazza che ha sempre sentito il bisogno di mantenere il controllo, di seguire le regole, forse pensando che fosse l’unico modo per non farsi trascinare a fondo. L’arrampicata, una disciplina che da anni condivide con Emilia, è un’ulteriore conferma di questa sua predisposizione. Infine c’è Ada preferisce rendersi invisibile per non fare i conti con una serie di problemi. Quando comincia a scambiarsi foto con un ragazzo più grande tutto immagina, tranne che vadano a finire su un sito porno.

    “Avendo a che fare con tre storie che parlano di un problema profondo e insidioso come il revenge porn, i cui protagonisti sono tre adolescenti, ho voluto cercare di stare il più “vicino possibile” ai ragazzi”. Racconto un’età meravigliosa in cui non si ha la capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni”, ha raccontato Laura Luchetti. La storia è ambientata nella provincia dell’Emilia-Romagna, continua la regista. perchè il revenge porn non è un lame delle metropoli ma è una piega universale”. 

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    Tratta dall’omonimo teen drama norvegese, la serie Nudes è diretta da Laura Luchetti (Fiore gemello), con Nicolas Maupas (Mare Fuori), Fotinì Peluso (Romanzo Famigliare, La compagnia del cigno, Cosa sarà) e, per la prima volta sullo schermo, Anna Agio.

    Prodotta grazie al sostegno della Regione Emilia-Romagna e girata nei comuni di Casalecchio di Reno, San Giovanni in Persiceto e Bologna.

     

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    Baci rubati!

    Sulle piattafome digitali BACI RUBATI - Amori omosessuali nell'Italia fascista, il film documentario di Fabrizio Laurenti e Gabriella Romano, prodotto e distribuito da Istituto Luce-Cinecittà, già presentato con vivace attenzione al Bellaria Film Festival, e al Florence Queer Festival – dove ha ottenuto una Menzione speciale della giuria. Baci rubati racconta la condizione degli omosessuali durante il fascismo, usando principalmente la voce di chi ha vissuto in quegli anni. Il film offre un mosaico sfaccettato e complesso che mette in evidenza la persecuzione che i gay e le lesbiche italiani hanno subito, ma allo stesso tempo smonta gli stereotipi e ricostruisce la molteplicità delle loro esperienze, gli svaghi, le amicizie, gli affetti, gli amori e le consuetudini. Sull'argomento si sa ancora oggi molto poco poichè il silenzio che ha circondato l'omosessualità si è protratto ben oltre il Ventennio.

    Pur sottolineando la persecuzione e le numerose restrizioni e sanzioni imposte dal regime agli omosessuali, l’intento è quello di riportare in luce per la prima volta alcune storie di chi, nonostante tutto, ha “resistito” ed è riuscito a vivere seguendo le proprie scelte.

     

    "Chiunque (...) compie atti di libidine su persona dello stesso sesso, ovvero si presta a tali atti, è punito, se dal fatto derivi pubblico scandalo, con la reclusione da sei mesi a tre anni."  Così enunciava nel 1927, in prima stesura, l'articolo 528 del nuovo codice penale Rocco riguardo la repressione dell'omosessualità, che veniva in tal modo per la prima volta contemporaneamente riconosciuta e sanzionata. Sul sanzionarla tutti d'accordo, ma sulla necessità di riconoscere che in Italia fosse diffuso il "turpe vizio" - come veniva allora definita una relazione non eterosessuale - mai e poi mai! Sarebbe stata messa in discussione la virilità stessa del maschio italiano.

    Così il film interpella storici che si sono occupati di omosessualità durante il regime di Mussolini.  Ma predilige le voci dei protagonisti che raccontano le proprie vicende, sentimenti ed avventure. Tra il serio ed il faceto, il sentimentale e lo sfacciato, si alternano pagine di diari, lettere, poesie e ricordi di amori proibiti, osteggiati, censurati, ma esistiti, vissuti, cantati e ricordati con orgoglio. 

    Sono così di notevolissimo interesse le parole di scrittori assoluti come Aldo Palazzeschi, de Pisis, Sandro Penna, Radclyffe Hall, posti accanto agli inserti di letteratura 'scientifica' dell’epoca; e più di tutto interessante che il film raccolga voci di estrazioni sociali, mentalità, esperienze differenti. 

    Parole che nel film vivono dell’interpretazione da manuale di Luca Ward, che restituisce con sottigliezza sulfurea la prosa scientifica sul ‘problema’ degli omosessuali, accanto alle voci partecipi e coinvolgenti di interpreti popolari come, Valentina Cervi, Sabrina Impacciatore e Neri Marcorè.

     

    Attraverso le parole dei protagonisti, il film documenta alcuni aspetti della repressione dell’omosessualità come gli arresti, l’internamento in manicomio, le ammonizioni, le indagini dei commissari, le dichiarazioni dei prefetti, le violenze degli squadristi.

     

    Baci Rubati si avvale di materiali di repertorio molto preziosi provenienti da collezioni private, interviste radiofoniche risalenti all’inizio degli Anni Ottanta e brani di diari inediti, a cui fanno da controcanto le immagini ufficiali del regime, quelle dei cinegiornali Luce, che illustrano l’ideale fascista di virilità e femminilità.

    Un montaggio serrato di immagini di repertorio illustra il culto della virilità del regime, il clima delle sue campagne di moralizzazione, la creazione dello stereotipo dell’uomo “effeminato” e della donna “mascolina” ed al contempo racconta il vissuto di omosessuali e lesbiche, testimoniato da fotografie e filmati provenienti da archivi privati. Attraverso questi materiali preziosi e inediti il film celebra il coraggio di chi ha affermato le proprie scelte di vita, nonostante l’azione repressiva della dittatura.

    L’uscita on demand su piattaforma dal 14 febbraio, giorno di San Valentino, è una dedica speciale al coraggio e alla libertà di tutti gli amori.

     

     

     

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    ”Natale in casa Cupiello”, in Tv l’opera teatrale di Eduardo De Filippo

    Edoardo De Angelis, regista di Indivisibili del 2016,  ha deciso di confrontarsi con un monumento della storia del teatro portando su Rai1 il 22 dicembre "Natale in casa Cupiello" di Eduardo De Filippo. Per l'adattamento il regista ha scelto la Napoli del 1950. "Un anno emblematicamente sospeso tra la guerra e il benessere. La città è ancora ferita dalle bombe ma si sentono i primi vagiti di una classe media che si affermerà negli anni successivi. Un anno sospeso tra distruzione e ricostruzione, proprio come il 2020".

    Il film, prodotto da Picomedia in collaborazione con Rai Fiction, racconta le vicende dal sapore agrodolce tratte dal capolavoro di De Filippo attraverso le straordinarie interpretazioni di Sergio Castellitto (Lucariello), Marina Confalone, Concetta, Adriano Pantaleo il figlio Tommasino, Tony Laudadio ha il ruolo dello zio Pasquale. Pina Turco è l’inquieta Ninuccia, Antonio Milo veste i panni del marito Nicola, Alessio Lapice quelli dell’amante Vittorio. Andrea Renzi è il medico.

    Sergio Castellitto nel ruolo di Luca è un fervente amante delle tradizioni natalizie, e non vede l’ora di potersi dedicare maniacalmente alla composizione del Presepe, nonostante le critiche della moglie e del figlio Nennillo, che non lo appoggiano. A un certo punto irrompe in casa la figlia Ninuccia, agitata per l’ennesima lite con suo marito Nicolino. Ninuccia, che non ha mai amato il marito, vuole scappare con il suo amante. La situazione degenera appena il marito viene a conoscere tutta la situazione, tra liti, minacce, sfide a duello. Venuto brutalmente a conoscenza della situazione familiare, Luca, per anni vissuto nell’illusione di aver creato una famiglia felice, ha un ictus, crolla e si ritrova a letto in preda a difficoltà motorie e verbali.

    "Una casa distrutta e una famiglia in frantumi vengono tenute in piedi dall'ostinazione di Luca con queste statuine a mette insieme i pezzi, a rimettere insieme l'amore", precisa De Angelis.  Mentre Castellitto ribadisce con forza di non essersi confrontato con Eduardo, "è  inarrivabile". Il mio Lucariello è un vecchio, il più vecchio di tutti gli altri, però è l’unico a giocare come un bambino, a voler ricucire i conflitti".

    De Angelis dirige un buon cast con grande equilibrio giocando molto sulla sulla centralità di ciascun personaggio e realizzando una messa in scena atemporale dove un susseguirsi di battute umoristiche non prive di un certo umorismo amaro llustrano la natura della famiglia che per Eduardo rappresenta sempre lo speculum della società italiana e addirittura del mondo. Il padre Eduardo Scarpetta, lo ricordiamo, non lo riconobbe; ma la sua figura fu comunque presente nella giovinezza di Eduardo, insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai nonni.

    Un film che in un momento storico senza precedenti segnato da una pandemia globale assume un significato specifico senza mai perdere di vista il nucleo originario della commedia. Sembra proprio che De Angelis abbia trovato una chiave di lettura innovativa e moderna che illuminano per metafore il desiderio di dialogare con la realtà.

     

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    Esiste ancora il sogno americano?

    Gli Stati Uniti sono un simbolo di libertà, il grande esperimento sociale formato da principi di democrazia, uguaglianza e ricerca della felicità, ma questo ideale di prosperità e libertà individuale riflette la vita di tutti i cittadini americani? Il documentario 'My America' racconta, con la viva voce della regista Barbara Cupisti, il malessere sociale che si manifesta in eventi e situazioni drammatiche, ma anche la capacità e la determinazione di cittadini comuni, attivisti di base, che cercano di sfidare e riparare la fibra morale e la sostenibilità del Paese.

    Prodotto da Sandro Bartolozzi, una produzione Clipper Media con Rai Cinema, con il patrocinio del Robert F. Kennedy Human Rights, il film è stato presentato nella sezione Fuori Concorso / Doc, nell'ambito della trentottesima edizione del Torino Film Festival, che si tiene online fino al 28 novembre 2020. 

    La domanda che ha guidato Barbara Cupisti, è se il sogno americano esista ancora. Soprattutto dopo che, dal 2014, da quando cioè la regista vive negli Stati Uniti, ha constatato come quella che viene considerata la più grande democrazia del mondo abbia conflitti interni che producono un numero enorme di vittime, veri e propri numeri da guerra. La Cupisti con questo suo lavoro ha voluto contribuire a un’informazione più esaustiva e reale sull’America dimenticata di oggi, poiché le notizie che arrivano in Europa, e nell’America stessa, tramite i media ufficiali sono parziali e non danno un’idea reale del livello di violenza e povertà che esiste nel paese.

    La Cupisti ha sempre dimostrato interesse nel raccontare storie di uomini e donne, trovando nel documentario il modo ideale di scrivere per immagini. Nel 2017 con Womanity, documentario lungometraggio ambientato tra India, Egitto e USA, narra la “resilienza” delle donne. Con 'My America' dà voce soprattutto a coloro che ogni giorno si battono per la giustizia sociale e per porre fine a violenze e morti che possono essere prevenute.

    Il film ci riporta sul luogo della strage di San Valentino nel liceo di Parkland, dove un ragazzo di diciannove anni nel 2018 uccise 17 persone. Un evento tragico che ha spinto un fiume di giovani a lottare contro la lobby americana delle armi, la National Rifle Association.  Scopriamo la tragedia dei senzatetto in un America che è certamente un grande Paese. Basta non stare in fondo alla scala sociale. E’ il paese delle opportunità, ma non si dà troppo affanno per i cittadini che restano indietro.

    La regista ci mostra senza filtri il ritrovamento dei resti dei migranti morti nel deserto inseguendo il sogno di una vita migliore negli Stati Uniti. Chi arriva dall’altra parte racconta, alle organizzazioni di volontari che assistono i migranti, storie di orrore. Giornate di cammino sotto il sole senza cibo né acqua e di nottate al gelo. Di donne, anziani e bambini abbandonati dagli sciacalli perché troppo deboli per fare un passo in più.

    My America parla anche di eroismo, rivelando il lato positivo dell’umanità ancora capace di aiutare i propri simili.
     
     

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    “Rossellinite” che sindrome speciale!

    La “Rossellinite” è una sindrome speciale che secondo Alessandro ha colpito tutti i membri della famiglia allargata dei Rossellini. The Rossellinis, docu-viaggio del nipote del regista attraverso Svezia, America e Quatar, si trasforma in un percorso curativo per le famiglie Rossellini. Sì perché il regista di capolavori come Roma Città aperta, di Paisà, Roma città aperta, Il generale Della Rovere,h a avuto tre famiglie: nel 1936 sposa la scenografa e costumista Marcella de Marchis dalla quale ha il figlio Renzo, padre di Alessandro. Con Ingrid Bergman arrivano Robin e le gemelle Ingrid e Isabella. Poi, alla fine di un periodo vissuto in India, torna in Italia con Sonali Das Gupta, sceneggiatrice e moglie di un produttore locale, e con il di lei figlio Gil, che adotterà. Con Sonali avrà poi una figlia, Raffaella (oggi Nur perché convertita all’Islam).

    Sei figli e diversi discendenti chiamati a fare i conti con l’eredità familiare di uno dei registi più innovativi del XX Secolo. Acuto indagatore delle pieghe della storia, Rossellini fu tra i primi a intuire l’importanza dei mezzi audiovisivi per la diffusione della conoscenza, in una visione democratica e interclassista in cui il piccolo schermo aveva un ruolo centrale. “Nascere Rossellini significa sentirsi schiacciato dal peso di un nome che ancora oggi è punto di riferimento per generazioni di cineasti – ammette Alessandro -  Significa crescere sentendoti oppresso dalle aspettative che porta avere ha quel cognome, e vale per me ma è valso per mio padre, per le mie zie Ingrid e Isabella, per mio zio Robin. Così ho deciso di impugnare la macchina da presa per soddisfare un’urgenza, liberarsi da un’ombra che incombe su tutto quello che cerchi di fare per sentirti fiero di essere il nipote del genio del neorealismo”

    Alessandro Rossellini non nasconde il suo passato di tossicodipendenza. “Dopo essere uscito , mi sentivo forte nel mio nuovo lavoro di counselor con cui da anni mi dedico a chi ha gli stessi problemi che ho avuto io. E ho pensato che fosse il momento giusto per realizzare un lavoro

    Un ritratto intimo e insolito di Roberto Rossellini che si apre con il funerale a Roma, il 6 giugno 1977, del grande regista." Dietro il feretro – commenta Alessandro Rossellini - ci sono io che ho 13 anni e sono stretto a mia nonna Marcella, poi c'è mio padre Renzo, bravissimo a fare il figlio, e zia Isabella arrivata nella notte dall'America a piangerlo dopo anni di litigi, in disparte fuori dai riflettori come sempre la sorella gemella Ingridina. Poi lo zio adottivo Gil in prima fila per far capire che e' un Rossellini, zio Roberto il bello, zia Raffaella che ora si chiama Nur ed è musulmana. Nulla sarà come prima: mio nonno Roberto ha lasciato al mondo dei capolavori del cinema a noi nemmeno una lira e un enorme patrimonio di conflitti".

    Il documentario, evento speciale alla Settimana internazionale della critica dello scorso Festival del cinema di Venezia e in arrivo sulle piattaforme digitali dal 20 novembre, diventa un pretesto per far parlare i membri della famiglia, riannodare relazioni e crearne di nuove, come nel caso di quello con lo zio Robin, fratello di Isabella e Ingrid, che vive solo su un’isola in Svezia.  

    Costruito con immagini d'epoca, filmini privati, interviste recenti, il film dipinge una realtà familiare tutt’altro che idillica, ma più diffusa di quanto vogliamo ammettere. Come in ogni famiglia, in cui solo chi vi vive conosce le vere dinamiche, i personaggi convivono con una figura idealizzata di Roberto Rossellini, l'anticonformista che scandalizzò la rigida moralità degli anni '50 nel suo lavoro e nella sua vita. “Dalla rossellinite non si guarisce, ma noi siamo gli United Colors of Rossellini e questo, più che un film, è stata una gigantesca seduta psicanalitica”.

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    We Are the Thousand

    Da un'idea originale di Fabio Zaffagnini, realizzata con i fondatori Claudia Spadoni, Martina Pieri, Mariagrazia Canu, “Cisko” Ridolfi e Anita Rivaroli, oggi Rockin’1000 è una società che porta avanti progetti internazionali, riceve inviti, premi e proposte di collaborazione in tutto il mondo.

    Abbiamo intervistato Fabio Zaffagnini e Anita Rivaroli

    Ci raccontate la genesi del progetto

    Fabio: L’idea è nata dal desiderio di fare qualcosa di folle senza particolari finalità se non quella di ottenere un risultato che inizialmente sembrava impossibile. Per convincere i Foo Fighters a suonare in un palazzetto minuscolo della nostra città (Cesena ndr), abbiamo realizzato un video di una performance “unica” che li omaggiasse.  Da una goliardata è nato un progetto che ha cambiato la vita a tantissime persone.

    Anita: Quando Fabio mi ha proposto di occuparmi di tutta la parte audiovisiva dell’operazione, sono rimasta sorpresa ma ho subito avuto la sensazione che quella follia sarebbe comunque stata una grande storia da raccontare. Eravamo un gruppo ristretto di amici e all’inizio avevo solo il mio iPhone con cui documentare. Attraverso una call abbiamo selezionato i mille che hanno realizzato qualcosa di unico e speciale, suonare tutti insieme la cover di “Learn To Fly” dei Foo Fighters. Dopo il lancio del video su Youtube, tnon immaginavo che avrebbe avuto milioni di visualizzazioni. E' stato in quel momento in cui mi sono resa conto che quella storia doveva diventare un film.

    E dopo cosa è successo?

    Anita: E' accaduto qualcosa di straordinatio. La notte stessa del concerto “privato” che i Foo Fighters ci hanno regalato, ho capito che avevamo realizzato un'impresa. L'inizio di un’avventura che avrebbe portato i Rockin’1000, ormai diventati una vera band, a fare concerti in giro per il mondo. Mi ci sono voluti diversi anni per girare “We are the Thousand”, un racconto corale di storie personali di 1000 musicisti, tra cui ragazzi giovanissimi, suonatori di strada, cantanti liriche, punk, metallari, bluesman professionisti, disponibili a viaggiare chilometri per suonare insieme. Il risultato è un inno al potere salvifico e terapeutico della musica che può trasformare un giorno ordinario in qualcosa di magico. Un bene primario nelle nostre esistenze a cui dovremmo imparare a ricoscere il valore che merita.

    Oggi Rockin’1000 è una realtà conosciuta a livello globale, che riceve riconoscimenti, inviti e proposte di collaborazione in tutto il mondo. 
    Fabio: Sì ma dietro c'è stato un grande sforzo produttivo a partire dalla difficolta di mettere insieme un ensamble di 350 chitarristi, 250 batteristi, 250 cantanti e 150 bassisti, selezionati attraverso appelli sui social, cartoon promozionali su Youtube e video-provini girati. Dopo il video, ero soddisfatto, ignorando cosa avevamo creato. L'ho capito solo quando ormai tornato al mio lavoro di ricercatore geologo un giorno mi sono arrivati a raffica una serie di messaggi da parte di amici che mi informavano che il batterista dei Foo Fighters, Dave Grohl, aeva rilasciato su youtube un video di ringraziamento. Siamo rimasti increduli e la situazione è esplosa.

    Anita:  Internet ha permesso al progetto di trasmetterlo al mondo ma è stata poi è stata l’adrenalina ha spingerci a realizzare un progetto che sembrava impossibile. La ricerca (difficile) degli sponsor, il crowdfunding da quarantamila euro, la serata di un anno dopo allo stadio Dino Manuzzi a Cesena che sembrava una Woodstock dei tempi moderno. Il documentario esce al cinema peraltro in un momento in cui abbiamo bisogno di incoraggiamento pensando a quando potremo tornare a godere la musica dal vivo.

     

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    "Another Round". Un altro giro

    "Non bevo mai prima di colazione”. La citazione è di Churchill, che ha contribuito a sconfiggere i tedeschi e vincere la Seconda Guerra Mondiale, sotto l’eccessiva e costante influenza dell’alcol. Altri grandi pensatori, artisti e scrittori, come Čajkovskij e Hemingway, hanno trovato coraggio e ispirazione in questo modo. Dopo i primi sorsi di alcol, sappiamo tutti che i freni inibitori saltano per azione sulla corteccia cerebrale, la stanza si ingrandisce e la capacità di valutazione è fortemente compromessa.

    E’ questa la premessa del film di Thomas Vinterberg, Un altro giro, presentato alla Festa del Cinema di Roma. Un omaggio alla capacità dell’alcol di rendere le persone libere. Il regista racconta infatti di essersi ispirato alle teorie dello psicologo norvegese Finn Skårderud, secondo cui l’uomo nasce con una carenza di alcol di 0,5 nel sangue. In sostanza una piccola ebbrezza sembrerebbe in grado di  aprire le nostre menti al mondo che ci circonda, diminuendo la nostra percezione dei problemi e aumentando la nostra creatività.

    Tanto basta per convincere Martin, il bravissimo Mads Mikkelsen,  e tre suoi amici, tutti annoiati insegnanti delle superiori e con la sensazione di non avere nulla da perdere, a stringere un patto segreto che prevede di mantenere un livello costante di ubriachezza durante tutta la giornata lavorativa. Sia le loro classi che i loro risultati personali continuano a migliorare e il gruppo si sente di nuovo vivo! Ben presto alcuni dei partecipanti vedono ulteriori miglioramenti e altri escono dai binari, lasciando che l’alcol si  impadronisca delle loro vite, anche al di fuori delle ore in cui hanno concordato di assumere alcol.

    Il film è un’esperienza euforica, brulicante di abbondanti eccessi di energia e girato in uno stile corroborante. Il raffinato equilibrio di Vinterberg tra tragedia, umorismo e nausea infusa dall’alcol si rivela un colpo di regia magistrale fin dall’inizio. Il risultato è un inno alcolico alla vita come rivendicazione della saggezza irrazionale che scaccia ogni ansioso buon senso e guarda all’ubriachezza come a un black-out molto divertente.

    Perchè bere può causare alcuni problemi, certo, ma ne rivela anche altri per chi vive in un mondo che, in misura crescente, è definito esteriormente dalla retorica puritana. Un po’ come dire che se c’è da recuperare la propria esistenza è meglio farlo da sobri.

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